21 Novembre 2017

Thom Browne mette il turbo

Thom Browne racconta Thom Browne. Il designer statunitense ha scelto di esporsi in prima persona e di incontrare direttamente alcuni dei suoi clienti nello showroom milanese di corso Venezia 16 in occasione della campagna vendite della pre-collezione uomo per illustrare l’evoluzione del suo marchio, nato 15 anni fa, e oggi pronto a diventare maggiorenne.

di Chiara Bottoni

Thom Browne mette il turbo
Thom Browne

Come dimostrano i numeri. Secondo valutazioni di mercato la label genererebbe un giro d’affari di circa 100 milioni di dollari (pari a circa 85 milioni di euro), grazie a una rete che conta 28 boutique, che arriveranno a 29 entro la fine dell’anno con l’apertura a Chengdu (Cina) prevista in novembre, ovvero quasi il doppio rispetto a 18 mesi fa. Che si affiancano alle oltre a 300 vetrine wholesale per l’uomo e alle oltre 100 per la donna, che diventeranno 150 con la primavera-estate 2018 e 200 entro la fine del 2018. «Oggi è il momento giusto per mettere a fuoco il mio prodotto, per raccontare quello che è Thom Browne e costruire una storia coerente per l’uomo e per la donna», ha raccontato a MFF lo stesso designer, che già da un anno aveva maturato l’idea di porre fine alla collaborazione decennale con Moncler per la Gamme bleu, proprio nell’ottica di accompagnare l’espansione della label controllata da Sandbridge capital.

In che direzione si sta muovendo?

Sto lavorando molto sulle collezioni. Una parte importante dell’offerta si concentra ancora sull’abbigliamento classico, sul tailoring più formale, che è parte integrante del dna del brand. In più, però, da due stagioni a questa parte, è stato ampiamente sviluppato lo sportswear.

Perché?

Ho sempre voluto creare abiti che accompagnassero l’uomo e la donna in tutti i momenti della loro vita. Oggi più che mai voglio comunicare che Thom Browne può vestire tutte le tipologie di consumatore.

Sullo sportswear l’ha aiutata anche la collaborazione con Moncler?

Sicuramente ma proprio per la volontà di concentrarmi sulla mia linea, che sta crescendo rapidamente, già da un anno stavo maturando l’idea di porre fine a questa collaborazione decennale. Moncler mi ha sicuramente aiutato a stringere un rapporto solido con l’Italia.

Com’è questo mercato?

Sta diventano un mercato molto importante perché il consumatore locale culturalmente capisce il valore della moda e la qualità degli abiti.

E lo store di Milano in via del Gesù?

Ho sempre amato questo spazio, amo questo negozio.

Archiviato il capitolo Moncler, sono previste altre collaborazioni?

Mai dire mai. In realtà, ce n’è una che arriverà ma non posso dire di che cosa si tratta. Sarà però una collaborazione grossa e importante. Per ora, però, voglio focalizzarmi sul mio marchio.

Come stanno crescendo gli accessori?

Ormai rappresentano una collezione a sé stante. Tutto è fatto in Italia, come buona parte del ready to wear, tranne qualche modello di calzature realizzato in Inghilterra. Gli accessori vanno a completare il racconto dell’intera collezione.

E la donna?

Va molto bene, il wholesale sta crescendo speditamente, per il retail abbiamo aperto una sezione dedicata nella boutique newyorkese.

Come si sta evolvendo il retail in generale?

Siamo passati da 16 a 29 store in 18 mesi. Abbiamo aperto molti shop in shop in Cina, mercato che sta diventando importante. Nel 2018, apriremo a Pechino Sanlitun in primavera, a Miami nel secondo semestre, e in Giappone due women concessions.

Dove sfilerà le prossime stagioni?

Continuerò a sfilare a Parigi per entrambe le linee. (riproduzione riservata)